lunedì, 26 ottobre 2009


 

                        La grotta di cristallo
 
             So di non essere originale ma sincera sì quando dico che la vita l’avverto come un grande libro fatto di tanti capitoli.
             Quando iniziò per me il capitolo del lavoro, era l’estate del 1962, io avevo vinto il concorso magistrale, a Napoli c’erano state alcune scosse di terremoto, Milva cantava “Quattro vestiti,” Modugno aveva vinto ancora il festival di Sanremo, imperversavano Mina e Celentano, Kennedy aveva scoperto che a Cuba c’erano delle postazioni di missili russi puntati contro gli U.S.A., il Concilio voluto da Giovanni XXIII stava cambiando la storia della Chiesa…e tanti tanti eventi belli e brutti agitavano come sempre il mondo, ma io quell’estate ero felice, abbronzatissima perché amavo il mare di Posillipo (spiaggia Sea-Garden), e poco disposta a crucciarmi; ero felice perché di lì a poco avrei iniziato la mia carriera d’insegnante nelle scuole elementari (be’ forse carriera è un po’ esagerato dire, visto che maestra ero e maestra sono rimasta).
Ah! Vorrei aggiungere anche che in quel tempo quando ci si sposava, in Chiesa bastava dire un quanto mai brevissimo sì, la donna doveva seguire il marito ovunque ritenesse fissare la sua dimora, se metteva le corna al marito andava in prigione e invece se le corna le aveva lei il marito non andava in prigione.
Fatte queste premesse aggiungo quindi che il fatto d’essermi conquistata una sia pur modesta autonomia economica mi rendeva fiera; mi preparai dunque a trasferirmi ad Agerola, mia prima sede di titolarità ove ero obbligata a risiedere.
Agerola è una incantevole cittadina,( fino ad allora per me sconosciuta) composta da quattro frazioni: Pianillo, Bomerano, Campora, San Lazzaro, si trova a 600 metri dal livello del mare e sovrasta parte della incomparabile costiera amalfitana.
Ma perché, tra le tante sedi in cui ho insegnato,sto parlando proprio di Agerola? Non so, forse perché fu la mia prima sede, il mio primo allontanamento da casa, la prima volta in cui mi sentivo completamente autonoma (il mio fidanzato, poi diventato mio marito, mi aveva detto : scegli: o me o il lavoro)…sta di fatto che ora che son tornata ad un ritmo di vita più lento ed anche più noioso, mi colgono frequenti “flash-back” (direbbero i nostri “colonizzati”giovani) su quel mio primo anno di scuola e mi rivedo dinanzi all’edificio scolastico di San Lazzaro, tra colleghi accoglienti a fare conoscenza dei miei scolaretti di seconda e qui mi ritorna in mente quella giovane signora dal volto segnato da una profonda tristezza che giungeva spingendo in una carrozzella una bella bimba dagli occhi scuri e dai folti capelli bruni e ricci; la bimba, figlia di un professionista locale, aveva subìto l’insulto della poliomielite ed aveva perduto l’uso delle gambe. Colsi il dolore di quella mamma…a quel tempo i bambini erano meno fortunati: non c’era ancora il vaccino del dottor Sabin.
Quell’inverno fu eccezionalmente freddo, a Napoli la temperatura scese di qualche grado sotto lo zero e ad Agerola arrivò intorno ai quindici gradi sotto zero; io ricordo molte notti insonni per il freddo, tutta Agerola si ricoprì di neve, l’acqua si gelò nelle condutture, al mattino quando entravo in bagno trovavo moccoli di ghiaccio pendenti dallo sciacquone.
A scuola vennero gli zampognari per la novena di Natale ed al suono di quelle zampogne ,in uno scenario bianco di neve io mi sentivo parte di un presepe vivente dove i pastori che si recano alla grotta per adorare il Signore, eravamo noi tutti, bambini ed adulti.
Ogni sabato tornavo a casa, un’ora e mezza di curve per scendere dalla montagna innevata e giungere a Castellammare, un’ora di treno per arrivare a Napoli. Il lunedì uscivo quando ancora c’erano le stelle in cielo per fare il tragitto inverso. Ma nulla mi pesava, perché io facevo il più bel mestiere del mondo, la maestra.
Ricordo lunghi pomeriggi a disegnare e preparare cartelloni, a dare ripetizioni( gratis) a qualche alunno da recuperare, e serate davanti al grande camino anzi quasi dentro al camino per cui la mia persona impregnandosi di fumo del legno bruciato, odorava di provola affumicata. Non posso non ripensare con affetto i cari colleghi Acunto che mi ospitarono e che subito imparai a stimare sia per il loro impegno professionale sia per le qualità umane.
Mentre racconto mi accorgo che tanti ricordi si affollano e spingono per farsi largo e mettersi in luce, un po’ come fanno i bambini quando la maestra chiede qualcosa che li tocca emotivamente e pretendono d’essere ascoltati parlando tutti insieme, per cui sono costretta a dire portando un dito davanti alla bocca: sss…silenzio! Però voglio dar voce ad un ultimo splendido, superbo ricordo: a quella mattina di lunedì di un gelido mese invernale in cui il pullman percorrendo l’ultimo tratto della montagna imboccò il solito breve traforo oltre il quale si esce in Agerola e qui la Natura ci aveva preparato una magìa per stupirci tutti: la galleria appariva affollata da enormi fantasmi bianchi: erano grosse stalattiti e stalagmiti di ghiaccio formatesi durante la notte che conferivano alla grotta un fascino ed una bellezza sorprendenti. Il nostro maggior quotidiano del sud, il “Mattino” ne pubblicò una bellissima foto in prima pagina, intitolandola: ”La grotta di cristallo”.
 *
Napoli- inverno 2000
Lili
 
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martedì, 20 ottobre 2009

‘A canzona ‘e l’autunno

Me sta trasenno

dint’ a l’anema

st’autunno,

e so’  ‘na foglia gialla

scippata d’ ‘o viento,

e so’ ramo

e n’albero spugliato.

 

So’ musica e canzone

so’ ballo ncopp’ all’onne

e n’auciello migratore.

 

Songo ‘o culore

‘e tanta petali arruffati,

profumme ‘e l’urdeme

sciore ‘e chesta vita.

 

So’ nuvola grigia e ghianca

ca sbarèa p’ ‘o cielo

e quanno po’ se stanca

scenne comm’a nu velo

e chiagne ncopp’’a terra.

 

E quanno sarrà vierno

ca tutto ‘o friddo porte,

allora sarragge neve silenzio

…. e morte.

 

Giesù…

comme me sta trasenne

dint’ ‘a l’anema

‘st’ autunno…

 

Lili

Il silenzio è prezioso quando dentro te

non c'è solitudine. Lili

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

       

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domenica, 18 ottobre 2009

Passeggiando
 
Nel verde del fogliame
pendono già mature, le arance
d’un intenso giallo.
Fioriscono ancora
le rose nei giardini
e le strade son lucide
di umida nebbia sottile
che va sciogliendosi presto
sotto le carezze dell’ultimo sole.
Corre la gente in affanni,
chiusa in metallici abitacoli angusti,
su ruote che han fretta d’arrivare
per chiudersi ancora
in spazi brevi senz’anima.
Si perde -povera!-
il godimento sconosciuto
di passi lenti
fatti a battito di cuore
a respiro queto di polmoni
a occhi nuovi di profondità toccate.
Si perde –povera!-
quest’odore di terra bagnata
coperta di foglie rossastre macerate
e il brivido risolto in un sorriso
di caldarroste fumanti
tra le mani a conca.
*
Lili
E' possibile crescere spiritualmente, in tutte le diverse età
della nostra vita. Basta solo volerlo. Lili

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domenica, 11 ottobre 2009

CIPRIA

 

In un tempo in cui non esisteva ancora il Tempo, ed in un luogo in cui non esistevano ancora Luoghi, aleggiavano nell’Infinito gli Dei eternamente felici sebbene talvolta un po’ annoiati.

A loro bastava avere un’idea per vederla subito realizzata e se da un lato questa onnipotenza li rendeva soddisfatti, la faciltà con cui potevano materializzare il frutto della inesauribile fantasia, generava in loro ben presto una strana assuefazione alla felicità che si evolveva in noia.

Il capo degli Dei, Eneb, indisse allora un’assemblea per decidere insieme, con la forza di tutte le varie inesauribili fantasie, il da farsi per non incorrere più in quello spiacevole malessere chiamato “noia”.

Può sembrare strano che queste divinità colme di oceaniche fantasie con cui potevano soddisfare ogni desiderio, avessero timore di questo strano male.

Il fatto di non dover attendere, sperare, tentare, riprovare, sacrificarsi, disperare, tormentarsi, preoccuparsi, esultare o avvilirsi,  svuotava d’ogni emozione le loro conquiste facili e rapide come fulmini.

Fu così che la formidabile assemblea, nell’unione delle  cosmiche fantasie, partorì l’Idea tra le idee:

creare subito un pianeta colmo di vita, con foreste, laghi, fiumi e mari, montagne alte a toccare cieli azzurri e nuvole bianche, un’infinita varietà d’animali fra cui l’Animale per eccellenza : l’Uomo.

Quel pianeta sarebbe stato la loro salvezza, il loro perpetuo divertimento : un Teatro dove si sarebbero rappresentate senza fine, commedie, danze, musical, drammi, tragedie.

E come tutti i teatri che si rispettino, andava illuminato da un faro sempre acceso, affinché ogni più  piccolo evento non sfuggisse alla loro morbosa curiosità : fu così che venne creato un astro d’oro infuocato che chiamarono Sole.

Quando la forza di tutte le divine fantasie si espresse in un atto di volontà, apparve dunque nello Spazio Infinito l’astro d’oro attorno a cui si vide ruotare un delizioso pianeta azzurro di mare e cielo che gli Dei battezzarono col nome di Terra.

Fu allora su quel pianetino che nacquero il Tempo e lo Spazio.

Gli Dei smisero di annoiarsi perché gli spettacoli offerti dalla Terra, illuminata perennemente dai chiari raggi del Sole, offrivano un susseguirsi di eventi e relative emozioni di cui  si sentirono  partecipi ed anche se talvolta si sconvolgevano per le tragedie ed i drammi, potevano subito cambiare per non piangere troppo, cercando accadimenti allegri  e musiche consolatorie.

Tutto sommato, i dolori della Terra,così come le gioie,  rimanevano pur sempre al di fuori della loro esistenza!

Il capo degli Dei, Eneb, ebbe un giorno l’idea di “zummare” lo sguardo su di un intricato boschetto terrestre, ricco di castagni, ulivi, vigne ricolme di opulenti grappoli d’uva scura, laddove viveva una numerosa colonia di gnomi e minuscole fate alate che, volando a bassa quota tra ciclamini e fragole ed altre piantine del sottobosco, parlottavano d’una loro compagna.

Eneb conobbe così una lacrimevole storia che lo rattristò molto: una piccola fata alata, di nome Cipria, correva il rischio di diventar cieca.

Ancora zummando, Eneb la cercò tra i ciuffi di violette e miosotis.

La vide distesa a terra, pallida e sofferente e cercando di capirne le ragioni, continuò ad ascoltare i discorsi delle compagne che volando continuavano a parlare di lei, con toni preoccupati.

Seppe così che Cipria guardava sempre il Sole di cui s’era innamorata e da quanto continuò ad udire, gli parve di capire che anche l’astro d’oro ricambiava l’amore avvolgendola negli abbracci dei suoi raggi abbaglianti ed ora  gli occhi della dolce fatina rischiavano di bruciarsi irrimediabilmente.

Eneb, commosso, convocò una nuova assemblea di tutte le divinità per concordare una soluzione

di salvezza per la tenera fatina innamorata.

Non fu facile, perché le varie divinità piuttosto egoiste, temendo di perdere la visione dei loro spettacoli preferiti, non si pronunciarono sui possibili rimedi.

Ma fortunatamente tra gli Dei, ci fu Ombretta che generosamente si offrì di scendere sul pianeta azzurro, ogni giorno per almeno sette od otto ore, così da dare buio e ristoro agli occhi della dolce Cipria.

Fu così che la Terra conobbe la Notte.

Ma nei giorni seguenti, gli Dei si accorsero che tutte le creature della Terra, di notte cominciarono a temere il buio ed a perdersi nei sentieri scuri. Ci fu perciò un nuovo problema da risolvere.

Eneb si rivolse stavolta direttamente a Cipria che intanto si era profondamente addolorata d’avere involontariamente arrecato danno a tante creature terrestri che vivevano la Notte nella paura del buio.

-Una soluzione ci sarebbe, Cipria- le disse- dovresti accettare di vivere nel Cielo come un astro argentato tale da illuminare la Notte di luce bianca e tenue, sì che tutte la creature non avrebbero più paura di perdersi nel buio…-

Cipria accettò, sebbene profondamente addolorata al pensiero di non poter più vedere il suo adorato Sole.

Voi ora state pensando che la storia finisca così malinconicamente?

Niente di tutto questo!

Cipria diventò un astro d’argento amato non solo dal Sole, ma da tutte gli innamorati della Terra che la chiamarono Luna.

Luna fu accompagnata in volo da moltissime sue amiche fatine alate che vollero farle compagnia tramutandosi in stelle e stelline dal luccichio trepidante d’amore.

E non finisce qui!

La Luna almeno una volta al mese non compare nel Cielo stellato, perché di nascosto va ad incontrare il suo amante Sole che l’attende e l’ama avvolgendola con i suoi raggi ardenti, per l’intera notte.

Perciò, quando di notte guardando il cielo vi capita di non veder la Luna, state tranquilli, lei è felice tra le braccia del suo amore mentre le sue amiche stelle, per compensare la sua assenza, brillano più che mai!

8 ottobre 2009-Liliana Batà 

postato da: ciaolili alle ore 11:38 | Permalink | commenti (4)
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