
EL CID
Il mare mugghia nelle sere d’inverno, sembra disseppellire dalle sue profondità, tutti i dolori del mondo per chiederne motivo a Qualcuno che muove i fili nel teatro immenso della vita nell’universo e talvolta in quella rabbia vomita sulla battigia o contro la scogliera, i resti di antichi legni che lo hanno solcato.
La gente di Furore ancora si chiede a quale barca sia appartenuta quella vela strappata e sbiadita di azzurro e di verde confusa ed impigliata tra gli scogli limosi ricoperti di minuscole alghe urticanti…
E qualcuno azzarda un nome :El Cid.
Nel paesino di mare, nella solitudine dei lunghi inverni, al caldo dell’unico bar dell’unica piazzetta, se ne parlò a lungo ma quasi nessuno credeva alla storia.
Don Andrea, il titolare dell’esercizio, insisteva d’aver visto quell’estate di anni fa, un incredibile ufo.
La gente del paesino, sebbene scettica, rivolgeva domande per suscitargli la voglia di un’ennesima narrazione, chi perché non aveva altre cose da fare, chi perché affascinato dal mistero.
E don Andrea non si faceva pregare.
Narrava d’aver visto una notte d’estate di alcuni anni prima, un’astronave abbassarsi sull’orizzonte marino ed emettere un largo raggio circolare di luce verde che evidentemente aveva forza attrattiva perché in quel cono di luce vide ascendere verso la base dell’astronave una fanciulla dai capelli lunghissimi e dalla pelle chiara come la luna piena che rischiarava il cielo di quella strana notte.
“Tutto- diceva- avvenne nel più profondo ed irreale silenzio, ma subito dopo mentre l’astronave si allontanava una musica molto bella mai udita prima si diffuse nell’aria e non so spiegarmi perché nessuno oltre me, l’avesse udita. Mi sembrò quasi che quella musica mi suonasse nell’anima o…non so…nella mente”.
*
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La lunga ed agile barca dalla vela bicolore verde-azzurra solcava il mare colma di luce e vento doppiando l’alta costa amalfitana, lasciando una scia spumosa a prora, diffondendo nell’aria l’allegria ed il vociare giovane dei ragazzi a bordo: Mario, Giusi, Lorenzo, Rita e Toni il nocchiere.
La vela a tratti gonfia di un vento pressante faceva inclinare la barca vistosamente su di un lato:
-Giusi, Lorenzo- sollecitò Toni- spostatevi dall’altro lato della barca.
-Subito capitano- rispose l’amica che con un passo un po’ traballante guadagnò la nuova posizione
-Grazie per il “capitano”-rispose Toni
-Sei così esperto, Toni, che con te solcherei tutti i mari del mondo!-aggiunse Rita quasi in adorazione ma certa d’avere il consenso degli altri amici.
E Toni, per un moto di gioiosa presunzione gridò allargando le braccia come per abbracciare un’immensità:
-Vero! Io sono infatti “il Signore” del mare!-
-Allora- aggiunse Lorenzo- da questo momento ti chiameremo El Cid!
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El Cid abitava da sempre a Furore, paesino sulla costa amalfitana, vi era nato un giorno di primavera dell’ormai lontano 1963. Il padre Luigi era uno stimato cardiologo, filosofo per naturale vocazione e psicologo dell’età evolutiva, la madre una professoressa di matematica insegnante in un liceo di Amalfi. La loro casa grande dalle pareti macchiate di salmastro spiccando sull’alta costa godeva d’una incantevole vista sul mare e d’un roccioso giardino splendente di rigogliose buganvillee a fiori doppi, di ibiscus rossi e ciclamini invernali e primaverili violette profumate.
A mano a mano che digradava verso il mare il giardino diveniva sentiero pietroso e giungeva su scogli sempre più bassi ed odorosi che formavano una breve scogliera tra cui granchi felloni ed altre piccole creature vivevano indisturbati al frangersi rumoroso e continuo delle onde. Lì poco distante, s’apriva una minuscola baia sabbiosa dove El Cid teneva ormeggiata la sua snella ed agile barca dalla vela azzurra e verde che nella stagione invernale veniva riparata in un antro scavato dalla natura entro la costa rocciosa, stretto ma profondo che s’apriva sulla spiaggetta.
El Cid conosceva quegli scogli, quella baia, quell’antro e quel mare così come conosceva la sua grande casa fatta di tante stanze, spesso disordinate, dove specialmente d’estate era normale avvertire sotto i piedi la sabbia o vedere strumenti della pesca subacquea distribuiti nei posti più impensati, costumi, ciabatte, grandi e colorati asciugamani , gettati su sedie o qualunque altro mobile che potesse svolgere anche impropriamente funzione d’appoggio o d’appiglio.
Talvolta, qualche paziente che per un’urgenza bussava all’abitazione del papà medico, piuttosto che recarsi allo studio in centro, si vedeva inaspettatamente aprire la porta da una disinvolta giovane donna prosperosa in costume da bagno, rimanendo visibilmente imbarazzato e colto dal dubbio d’aver bussato alla porta sbagliata.
D’estate El Cid si allontanava spesso con la sua vela anche senza avvertire i familiari i quali neanche lo cercavano. Talvolta questi ricevevano una telefonata con cui El Cid annunciava di trovarsi alle Eolie, o in Sardegna, perfino nella più lontana Corsica e se si pensa che al tempo aveva sedici- diciassette anni, forse si potrà capire quanto insolitamente autonomi ed anticonformisti fossero i vari componenti di tale famiglia.
Naturalmente c’erano anche tanti amici ed amiche che spesso venivano invitati a trascorrere le vacanze , e tanti ancora di altre nazionalità che giungevano ogni anno come turisti attirati dall’incanto di quei luoghi stupendi.
Fiorivano ogni estate nuovi amori, che per tutto l’inverno successivo arricchivano i ricordi e le storie da raccontare, quando senza i turisti, la vita riprendeva più solitaria e monotona, con gli impegni degli studi universitari.
Spesso El Cid, che a vent’anni aveva già conosciuto le dolcezze di diversi amori,durante l’inverno continuava a coltivare affettuosi rapporti amichevoli con ragazze e ragazzi lontani, attraverso saltuari incontri, e lunghe telefonate.
Ma tutto cambiò nella sua vita quell’estate del 1987, in una notte d’agosto. Il caldo era equatoriale.
Era stato in giro col suo gruppo d’amici ma verso le due di notte decise insolitamente e nel disappunto di tutti, di salutare e di tornarsene a casa.
Improvvisamente aveva avuto voglia d’ essere solo.
La casa già addormentata era immersa nel chiarore della luna piena il cui lucore entrava attraverso i balconi e le finestre spalancati ovunque per il caldo, da cui si poteva guardare il mare calmo, ed argentato laddove un raggio bianco lo ammantava. Non fu tale visione ad incuriosire El Cid, essendone abituato, ma un canto di sirena incantatrice, si potrebbe dire se fosse possibile, perché infatti ne fu tanto ammaliato da sentire l’improvviso desiderio di discendere alla sua piccola spiaggia da dove sembrava provenire. Uscì quindi all’aperto del suo giardino e proseguì discendendo agilmente nel tortuoso sentiero di roccia , giungendo sulla riva pietrosa in pochi minuti.
El Cid, giovane uomo di mare, avanzò nelle tepide acque cominciò a nuotare mentre il canto nostalgico percepito, superava il rumore dell’acqua vigorosamente spostata dalle sue bracciate. Quindi si fermò tenendosi a galla con lenti e silenziosi movimenti delle braccia e delle gambe per scrutare meglio nel buio la provenienza . Nell’osservazione gli parve di individuare il profilo d’un corpo femminile seduto sulla scogliera ed immerso per metà nelle acque marine che fluttuavano docilmente con piccole onde di spuma. Avvicinandosi, gli sembrò che il corpo fosse nudo ma ad un’ulteriore osservazione pareva rinchiuso in una strana tuta aderente ed argentata. Lo meravigliò la lunghezza dei capelli che scuri, scendevano lungo il corpo sin nelle acque ondeggiando insieme ai flutti .
Rimase così quasi fermo nell’acqua cheta e buia ed improvvisamente percepì che quel canto triste non si diffondeva nell’aria ma era misteriosamente captato solo dalla sua mente come se questa fosse la parte ricevente d’una mente trasmittente. La cosa incredibile lo disorientò e lo spaventò per cui riprese a nuotare vigorosamente tornando affannato sulla riva e proseguendo a lesti balzelli sul sentiero roccioso che lo riportò alla sua casa immersa nel sonno.
Alla luce del sole del nuovo giorno, El Cid ripensò a quanto accaduto nella notte e tutto gli sembrò frutto d’una suggestione dovuta all’ora notturna ed alla solitudine, per cui ne sorrise tra sé per la paura insensata e la conseguente ignominiosa fuga.
Si recò quindi al solito “Blue-garden” dove incontrò gli amici più mattinieri Rita e Lorenzo e con questi attese gli altri più nottambuli che certamente non sarebbero scesi in spiaggia prima delle tredici. Sul tramonto, come al solito si diedero appuntamento per la serata che sarebbe continuata nella notte, nel locale “Nessuno” seduti a tavolino per un drink od un gelato “vesuvio” tra musica assordante e balli romantici con l’amica preferita, Rita.
Anche quella sera però, El Cid alzandosi improvvisamente e dichiarando di volersene andare salutò gli amici e ritornò nel silenzio della sua grande casa già addormentata. Era appena tornato e l’evento misterioso di un canto malinconico risuonò ancora nella sua mente tanto che se ne sentì circondato ed immerso. Nuovamente attratto dal fascino di quella voce pura che pareva giungere da dimensioni sconosciute e lontane, cominciò a discendere rapidamente per il sentiero che lo portava al mare. Sulla riva si fermò ad osservare gli scogli dove la sera prima gli era sembrato di scorgere un sembiante di donna, ma non vide nessuna. Lasciò sulla spiaggia i suoi abiti ed entrò in mare cercando d’orientarsi verso la “fonte” del canto che in breve gli sembrò di individuare nella vicina “grotta della foca monaca” così detta perché lì pare fosse stato avvistato uno degli ultimi esemplari di tali cetacei. Nuotò quindi con maggior vigore entrando nella grotta ed improvvisamente scoprì un suo insospettato linguaggio del pensiero che gli sgorgava dalla mente come se da sempre fosse stato il suo modo di comunicare :
“Chi sei? Dove sei?” disse o meglio pensò, meravigliando se stesso.
Gli giunsero subito, alcune parole che furono percepite direttamente dalla sua mente, proprio come era avvenuto per il canto misterioso.
“Sono Lilai… e tu chi sei?”
“Sono El Cid”
“Sono alla tua destra, seduta sulla sporgenza della roccia…mi vedi ora?”
“Sì, ora ti vedo…ma…sei nuda? Perché?”
“Non sono nuda, indosso una tuta spaziale…”
“Tuta spaziale?...non dirmi che…”
“Sì, vengo dallo spazio…”
“Incredibile…”
La grotta appena rischiarata da un raggio di luna che penetrava per qualche metro all’interno, improvvisamente s’oscurò per una nuvola sospinta dal vento che ricoprì un tratto di cielo.Le acque sembrarono nere ed insicure e la paura si impadronì ancora del giovane che fermatosi, fu sul punto di tornare indietro. Pian piano, in quell’oscurità su di una roccia si delineò una giovane donna dal volto dolcissimo che emanava luce illuminando d’azzurro la grotta silenziosa dove s’udiva il calmo sciabordio delle acque ed il guizzo di fuggitivi animali marini.
“Ti prego rimani…anch’io ho paura…”
Le parole-pensiero della fanciulla lo fermarono e rispose:
“Da dove vieni? E come è possibile ch’io ti senta nella mia mente …e che tu senta i miei pensieri prima ch’io pronunci le parole?”
“Sul mio pianeta comunichiamo solo in questo modo…così non abbiamo tante lingue diverse tra i popoli, né abbiamo bisogno di finzioni…quando si desidera comunicare, sentiamo vicendevolmente i nostri pensieri…”
“Aspetta…tu stai ripetendomi d’essere una fanciulla extraterrestre…”
“Sì…e mi trovo in difficoltà…anzi in pericolo…ho bisogno d’aiuto…”
“ Come fai ad emanare luce?”
“Noi tutti abbiamo un’aurea che ci illumina dentro, anche tu senza saperlo l’hai, ed all’occorrenza riusciamo anche ad espanderla intorno…come mi è stato necessario ora, per mostrarmi a te nel buio…”
“ E da quale pianeta provieni? e perché sei venuta qui? e dov’è l’astronave? perché sei sola?...
No…no…non riesco a crederti…tu sei la costruzione illusoria della mia mente…forse sto impazzendo…”
A queste parole, El Cid con una capriola s’immerse totalmente sott’acqua e cominciò a nuotare rapidamente ritornando indietro. Riemergeva di tanto in tanto in superficie inspirando aria quasi affannosamente. Giungendo a riva stravolto,cadde sulla battigia in una crisi di panico, incapace di realizzare quanto gli stava accadendo e pensando d’essere in procinto di morire, sentendo tuttavia dentro sé un pianto che non era il suo ma, ne era certo, di quella strana fanciulla che diceva d’essere in pericolo. Stette disteso a terra con le braccia alzate a stringersi il capo tra le mani che gli trasmetteva quel pianto disperato…poi improvvisamente il pianto si fermò. Forse la sua mente aveva trasmesso a Lilai i suoi pensieri di angoscia e lei ricevendoli, sentendosene responsabile, aveva smesso di piangere…
Allora El Cid si calmò e pensò che a poca distanza c’era una fanciulla che stava male e che gli aveva chiesto aiuto…quale importanza aveva se fosse o meno abitante d’un altro pianeta? Ritornò di nuovo in mare e prese a nuotare fin nella grotta della foca monaca e la chiamò.
“Lilai, sono qui, Lilai stavolta non ti lascio, dove sei…”
*
*
Cominciarono dei giorni così belli per il nostro El Cid, che viveva come in un sogno .
Gli amici notarono che scendeva tardi al mare e che nel volto disteso appariva felice, era diventato di poche parole e la sera preferiva tornarsene presto.
Alcuni conoscenti riferirono d’averlo visto uscire in barca verso il tramonto ogni sera, e quasi tutti affermarono che non era solo ma in compagnia d’una fanciulla dai capelli lunghissimi e neri.
Gli amici sperarono invano che si confidasse, pensando ad un amore segreto.
Ed infatti per El Cid fu la scoperta del vero amore : in pochi giorni Lilai divenne il senso della sua vita.
Il luogo dell’incontro era sempre quella grotta, e Lilai lo pregò di non rivelare a nessuno la sua presenza.
“Perché? - le chiese dopo qualche giorno- potresti mostrarti liberamente, non appari diversa dalle tante ragazze del mio pianeta”
“Se ne accorgerebbero per tanti motivi, ed io so che la nostra missione deve rimanere segreta fin tanto che i nostri scienziati valuteranno di poterci manifestare”
“Perché ti sei persa? Cosa è successo?”
“L’astronave si era appena fermata in una spaziosa radura tra le colline quasi spoglie e disabitate di questi dintorni, tutto l’atterraggio era avvenuto di notte e nel più completo silenzio, quando il portello s’è aperto sono stata la prima ad uscire per un giro di esplorazione. Sarebbero seguiti dietro di me, altri due astronauti, eravamo in sei a bordo ed in viaggio almeno da un orbita…”
“Che significa da un orbita?”
“Noi misuriamo il tempo in orbite, ossia in giri attorno alla nostra stella : ogni nostro giro corrisponde ad un quarto del movimento di rivoluzione del vostro pianeta intorno alla vostra stella più vicina che voi chiamate Sole…il nostro pianeta è più piccolo del vostro…”
“E poi cosa è successo?”
“E’ successo che inaspettatamente i nostri monitors, attraverso quelli che voi definite radar hanno segnalato oggetti volanti in arrivo, così che i miei colleghi e compagni di viaggio si sono affrettati a ripartire senza avere il tempo di aspettare me che mi ero già allontanata di qualche passo per ispezionare il luogo…”
“E se non dovessero più ritornare?”
“No, sono sicura che torneranno a riprendermi, stanno solo attendendo il momento opportuno …di questi tempi troppi voli solcano il cielo…non sarà facile per loro, ma non vi rinunceranno…”
In questa attesa strana, El Cid viveva giorni che mai avrebbe immaginato di poter vivere.
Spesso Lilai si tratteneva nella piccola baia, dopo la solita passeggiata in barca a vela, El Cid le aveva procurato un costume ed un pareo, ogni giorno le portava della frutta.
Lei gli aveva detto che gli abitanti di Zuriel, così si chiamava il suo pianetino, si cibavano solo di frutta e di erbe, quando si accorse che sulla Terra, la gente si nutriva anche di animali, inorridì:
“Mio Dio!-esclamò- quando imparerete ad amare tutte le creature che vivono come voi? Quando le considererete compagne di viaggio del vostro stesso pianeta?”
“Hai detto <mio Dio> Lilai? Tu credi in Dio?”
“Certo, credo nel Dio di tutto l’universo, nel Dio del tuo mondo e del mio…”
Parlavano a lungo la sera e la notte, ora Lilai era serena , i suoi canti spandevano gioia rimanendo pur sempre d’una forza ammaliatrice irresistibile.
Lei si lasciava accarezzare.
Una sera dopo aver a lungo parlato, El Cid la baciò e quando ritornò in casa, gli parve d’aver avuto il più bel dono d’amore che si potesse desiderare.
E fu quella sera che avvenne il dramma . Mentre si accingeva ad andare a dormire, dando un ultimo sguardo al mare, s’accorse di quell’oggetto strano nel cielo: si era fermato silenziosamente basso all’orizzonte ed un fascio di luce verde si proiettava sulla distesa d’acqua luccicante sotto la luna,e
lui capì tutto. Di corsa raggiunse il giardino e ancora correndo per il sentiero roccioso fra ginestre selvatiche, saltando tra pietre e cespugli angosciato da un presentimento, un canto d’amore di malinconia e di addio gli penetrò nel cuore. Era la sua Lilai che lo stava lasciando, abbandonando…e lui non poteva permetterlo. Follemente correva illudendosi di poterla convincere a restare…dalla spiaggetta vide che lei già nuotava andando incontro ai suoi compagni di viaggio. Ben presto il cono di luce verde le fu sopra e l’attirò nel vuoto, trasportandola in volo fino alla base dell’astronave che sembrò ingoiarla e che in qualche secondo disparve nel cielo con un’incredibile velocità.
El Cid ormai folle, non volle rassegnarsi a quella perdita, e continuò ogni giorno a cercarla sulla scogliera e dentro la grotta della foca monaca. Poi prendeva la vela e girava per ore solitario sul mare, in cerca di quel canto e di quel volto.
Ci fu tempesta una sera di quell’agosto 1987 : le onde del mare si susseguivano altissime e minacciose ma El Cid non rinunciò alla sua vana ricerca ed uscì come al solito, con la sua agile vela verde ed azzurra. Per qualche giorno nessuno lo cercò. Nemmeno i familiari piuttosto distratti.
Dovettero pensare che si fosse allontanato ed attendevano d’essere informati da una sua telefonata che non giunse mai. El Cid non tornò più.
Il mare acquietato, un giorno di fine estate restituì pezzi di legno e brandelli di vela verde-azzurra depositandoli tra gli scogli con dolcezza.
Dei suoi amici, solo Rita pianse amaramente. Lo amava in silenzio da sempre, ma solo il mare rispose al suo pianto, con il canto dolce della cheta risacca, di onde che vengono, di onde che vanno.
Lili 
Agosto 2008 Palinuro