domenica, 27 gennaio 2008

PER NON DIMENTICARE                      

 

…L’ingegnere Mario Levi, la signora Alba Ravenna in Levi, zii di Alberta, Giorgio Levi suo cugino di soli sedici anni non tornarono mai più: insieme a tutti gli altri sventurati ebrei catturati quel giorno a Roma, il 18 ottobre, di mattina ben presto per non diffondere ai più, l’ignobile operato, furono trasferiti in un lungo treno bestiame alla Stazione Tiburtina. Dopo alcune ore quel treno, con il suo tragico carico umano è partito: nessuno si è parato innanzi alla locomotiva per impedirne la partenza, le coscienze erano ormai assopite nella paura e nella più completa assenza di discernimento del bene dal male. Solo a Padova, dopo ben due  giorni, alcune coraggiose signore della Croce Rossa Italiana, affrontando lunghe discussioni con le SS, ottennero il permesso di offrire acqua a quelle innumerevoli persone, chiuse in vagoni blindati da cui uscivano grida e pianti di bambini, mani tese, voci che inviavano all’esterno, messaggi per persone care.

                                    Il viaggio si concluse ad Auschwitz il 22 ottobre sera. I prigionieri sono rimasti in quei vagoni maleodoranti, senza gabinetti, fino al 23 mattina. Finalmente vennero tolti i sigilli e aperte le porte : un’umanità dolente e silenziosa venne fatta scendere per essere subito selezionata : erano in tutto 1023 persone, ma nei funerei registri del campo venne scritto 1023 “pezzi”! Coloro che sembrarono in discrete condizioni e dunque abili ai lavori del campo furono messi da una parte:149 uomini, da un’altra parte 47 donne; tutti gli altri,827 persone, di cui 244 bambini sotto i 10 anni, quel giorno stesso, 23 ottobre 1943, vennero inviati prima nelle camere a gas, poi nei forni crematori.

                                    244 bambini sotto i dieci anni: bambini le cui madri continuarono, durante quel viaggio ormai senza speranza, a dare le attenzioni che solo le madri sanno dare, il conforto dell’abbraccio, il sorriso che maschera l’angoscia, il grembo come culla…bambini che con occhi stupiti e spaventati trovarono tra le gonne materne, l’ultima illusione di difesa e protezione. Piccole colline di scarpette d’ogni colore e misura furono l’ultimo segno del loro passaggio: scarpette rimaste piccole per sempre, perché ai piedini di chi le calzava, fu impedito di crescere.

                                    Alberta e la sua famiglia, seppero dopo anni e caparbie ricerche che, fra i 149 uomini mandati a lavorare, c’erano anche lo zio Mario ed il cugino Giorgio. I loro nomi sono stati ritrovati  ancora fra i vivi nei macabri  registri di Auschwitz, nel dicembre del 1943. Poi più niente.

                                    Di quel convoglio solo 17 persone rientrarono in Italia a liberazione avvenuta.

 

                                              LA    SPERANZA

                                

                                    Per lunghi anni Alberta ha custodito la sua storia nei recessi più remoti del suo cuore, senza raccontarla ai suoi figli : non ha voluto vedere nei loro occhi “quella” paura, li ha voluti veder crescere fiduciosi della bontà degli altri. Ella esprime pieno consenso al film di Benigni in cui quel padre custodisce fino al sacrificio estremo, la crescita serena del figlioletto, e maschera fino all’inverosimile l’orrore del campo nazista in cui un’ideologia folle e malvagia li aveva sospinti.

                                    Le ferite indicibilmente profonde e dolorose, che le sono state inferte durante gli anni della gioventù, che di solito sono i più belli della vita, non si sono mai rimarginate. Tuttavia, quando pian piano, ella, si è riappropriata con forza e sfida, della sua identità , ha voluto andare incontro alla vita con fiducia. C’è scritto nell’Ecclesiaste: c’è un tempo per piangere, c’è un tempo per ridere, c’è un tempo per morire, c’è un tempo per vivere. Quando è il tempo di vivere, bisogna farlo nella speranza d’essere felice.

                                    Forse doveva ben saperlo anche l’anonimo ebreo che, nell’allucinante realtà d’un campo di sterminio come Auschwitz, in quella speranza, ebbe a scrivere:

Da domani sarò triste, da domani,

ma oggi sarò contento

a che serve essere tristi a che serve?

perchè soffia un vento cattivo?

perchè dovrei dolermi oggi del domani?

forse il domani è buono

forse il domani è chiaro

forse domani splenderà ancora il sole

e non vi sarà motivo di tristezza.

Da domani sarò triste, da domani

ma oggi sarò contento

e a ogni amaro giorno

"Da domani-dirò- sarò triste.

Oggi no".

 

Napoli, giugno 2001- Lili

(Tratto dal racconto"La maestra di Ferrara"-L.Batà)

 

 

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venerdì, 18 gennaio 2008

Napoli amore!

*

Napoli, non ho parole per te:

cammino per strade umiliate

dove la bellezza invidiata

si è fatta creatura dolente,

da artigli bestiali stuprata.

E le antiche nobili orme

sulle vibranti pietre impresse

hanno ora con voci sommesse

solamente parole marcite

tra miasmi d'immondi rifiuti,

parole di odio e di piombo

in tetre pozzanghere ingoiate.

Ahi terra mia, colpita a morte!

T'amo! Sul cuore ti stringo forte!

*

Lili

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venerdì, 18 gennaio 2008

NAPOLI  nel dolore, Napoli amore mio!

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venerdì, 18 gennaio 2008

NAPOLI amore mio

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venerdì, 18 gennaio 2008

NAPOLI amore mio

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venerdì, 18 gennaio 2008

NAPOLI, amore mio

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venerdì, 18 gennaio 2008

Incantevole NAPOLI mia!

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domenica, 06 gennaio 2008

A volte ritornano…

*

 

Provenivano da quel villaggio sulla riva del fiume ed avevano già percorso un tragitto lungo e faticoso. Erano in tre e procedevano sui tre cammelli, stancamente.

L’uomo che sembrava guidare la breve carovana era di pelle nera, mentre gli altri due erano bianchi sebbene dagli occhi grandi e scuri.

Uno era piuttosto anziano, la sua barba lunga e quasi tutta bianca, lo distingueva. Aveva anche il volto più sofferente, il viaggio durava ormai  da diverse ore e la meta sembrava ancora lontana.

Un sole enorme che si faceva guardare, d’uno splendore surreale e fiabesco era ormai basso sulla linea dell’orizzonte intersecato da dune sorprendentemente alte e rossicce.

Il deserto era totalmente solitudine e silenzio.

Il vento che fino ad un attimo prima li aveva accompagnati con respiri leggeri cominciò a soffiare sempre più forte suscitando a poco a poco una vera tempesta di sabbia.

I tre uomini dapprima si avvolsero completamente nei loro ampi mantelli, lasciando liberi solo gli occhi, ma ben presto stimarono più prudente fermarsi ed aspettare che la tempesta si placasse.

Con gesti esperti, l’uomo dalla pelle nera, ottenne che i tre cammelli si piegassero sulle zampe, ed anche loro tre si accovacciarono coprendosi totalmente dalla testa ai piedi con i loro mantelli e lasciandosi sommergere dalla sabbia,  solo per un attimo l’uomo con la barba ebbe modo d’osservare quanto previdente era stata la natura nel dotare di lunghissime ciglia gli occhi dei cammelli a difesa della vista di questi pazienti abitatori e viaggiatori  di tali luoghi aridi e ventosi.

Nella notte desertica intabarrati e silenziosi ascoltarono la voce del vento che sembrò alternare inquietanti ululati a canti corali.

Verso l’una del mattino finalmente il vento tacque ed i tre, scuotendo dalle vesti tutta la sabbia che li aveva sommersi, si rimisero in viaggio sotto un cielo talmente basso e fitto di stelle da ricavarne l’impressione di cavalcarvi dentro.

Brillava particolarmente a oriente una stella tanto grande i cui bagliori sembravano    creassero una scia luminosa di cometa.

-E’ Giove- disse l’uomo che stava in coda, indicando la stella.

-No- rispose l’uomo con la barba bianca- è Venere.

-Come fai ad esserne certo?-

-Solo Venere appare così grande, essendo molto vicina alla Terra, Giove invece, pur essendo il gigante dello spazio è lontanissimo dalla Terra diverse centinaia di milioni per cui nel cielo non appare mai grande quanto Venere…

Tacquero e nella notte del deserto dalle dune altissime e rosse, si udirono versi d’animali sconosciuti. I sentieri sassosi percorsi erano talmente aridi che era impossibile immaginare una qualsiasi forma di vita e quando l’uomo dalla barba bianca sembrò sorpreso nello scorgere a terra un ciuffo di foglie con piccolissimi fiori, l’uomo dalla pelle nera disse:

-Per la loro vita basta l’umidità che è nell’aria  e che giunge dall’oceano, portata dal vento…-

*

 

Il viaggio continuò faticoso e tuttavia le ore sembravano volare per lo stupore che la bellezza del paesaggio africano suscitava.

A poco a poco le stelle tramontarono lasciando indugiare ancora per un po’ Venere splendente e solitaria la cui luce s’unì a quella d’un’ alba chiara che illuminò finalmente la meta.

I tre discesero silenziosamente dagli stanchi cammelli dalle gobbe ormai afflosciate,

e subito un grido esultante li salutò:

-Professor Landi, dottor Fattorusso che gioia, sia lodato il Signore, siamo stati tanto in pena…giungete proprio mandati da Gesù…-

Era una donna, un’infermiera laica volontaria di nome Lucia, col camice bianco e la cuffietta, subito raggiunta da suor Caterina e suor Rita e quindi da Antonio e Mauro anche loro infermieri laici volontari…

La piccola missione di don Francesco si animò, ma non ebbero il tempo di parlare perché le loro voci furono ben presto sovrastate da un pianto di neonato…

Il professor Landi venne subito sospinto verso l’interno della piccola missione, e si ritrovò in una piccola povera stanza, dove una madre pallidissima giaceva nel letto coperta da sdrucite lenzuola non proprio tanto bianche, stringendo fra le braccia il suo piccolo appena nato. Accanto a lei un uomo non più giovane, dallo sguardo attento ed affettuoso.

-E’ giunta ieri- spiegò suor Caterina, il piccolo è nato questa notte, la madre è giovanissima, ha avuto un brutta emorragia…abbiamo avuto timore di perderla…il Signore vi ha fatto arrivare in tempo…ma vedo che…vi è successo qualcosa durante il viaggio…

-Sì suor Caterina, sì  Lucia, ma ora non è il momento di spiegarvi…questa ragazza deve avere subito del sangue…dottor Fattorusso,  procediamo subito a preparare la paziente ad un prelievo per il riconoscimento del suo gruppo sanguigno e preghiamo Iddio di avere il sangue che le servirà…e tu Akin, sei stato tanto generoso finora- disse rivolgendosi all’uomo dalla pelle nera che li aveva guidati nel deserto- ti prego, trasferisci nella saletta accanto a questa camera, tutti i medicinali che siamo riusciti a salvare e trasportare fin qui.

Il professore con gesti sicuri cominciò a prepararsi per intervenire in aiuto della giovane madre, chiaramente in pericolo di vita. Quel volto esangue esprimeva attenzione a quanto stava accadendo e pur non capendo la lingua, sembrava capire ogni parola. Era una fanciulla di sedici anni, si chiamava Kainda, l’uomo che le era accanto, Bandele suo padre,  anche lui seguiva ogni discorso e sembrava capire un’unica cosa : che c’erano intorno persone che li avrebbero aiutati.

In quel momento don Francesco Gorini entrò esultante a braccia spalancate si accostò  e li strinse a sé dicendo :

-Ecco i Re Magi che il Signore ci manda-

C’erano altre madri con bambini in quella sperduta missione dotata d’un minuscolo ospedaletto che pur nella sua povertà, riusciva ad aiutare, spesso salvare, persone in pericolo di vita anche per una semplice influenza o comunque per una di quelle malattie che nei paesi del consumismo sfrenato, equivalgono a semplici raffreddori.

*

La chiesetta della missione era illuminata, infatti don Gorini come sempre, era in procinto di celebrare la prima messa allo spuntar dell’alba, circondato dagli abitanti del minuscolo villaggio di povere capanne che stava nascendo tutto intorno alla sua modesta ma accogliente ed amorevole missione. Era accorso subito, lasciando in attesa tutti i presenti nella chiesetta, dove un inconsueto presepio fatto di pastori scuri intagliati nel legno rievocavano una Natività tutta africana.

Così mentre il Professor Landi ed il dottor Fattorusso, collaborati dalla zelante Lucia e da altre presenze volontarie cominciarono a visitare e  somministrare cure e medicine, una musica ed un coro provenienti dalla chiesina, riempirono l’aria del Natale e gli animi d’una Pace che solo coloro che operano nel nome del Signore, possiedono.

Appena fu possibile, dopo molte ore di ininterrotto lavoro, si ritrovarono raccolti tutti insieme, intorno ad un tavolo per un essenziale pasto arricchito per l’occasione importante,  da biscotti preparati da suor Caterina  e suor Rita.

Il professor Landi raccontò dell’assalto da parte d’una banda di disperati, armati di pochi fucili e qualche machete, alla spedizione italiana destinata alla missione di don Gorini. Si trattava d’un carico di alimenti di prima necessità, i delinquenti  prima di andar via, avevano anche rubato la benzina dal serbatoio del grande camion, lasciando tutti, fortunatamente illesi ma avviliti di non poter continuare il viaggio. S’accorsero però  che fortunatamente le medicine, tra cui un numero rilevante di importanti vaccini, non erano state portate via. Mentre tutti furono presi dall’avvilimento di non poter ripartire rischiando di rimanere in quella zona desertica e solitaria chissà per quanto tempo e con quali conseguenze, i due autisti che guidavano a turno, ispezionando ulteriormente il mezzo, avevano scoperto che due taniche di benzina erano passate inosservate perché situate sotto cassette vuote e capovolte. Questo fu un momento di gioia per tutti, perché così fu possibile arrivare al più vicino villaggio peraltro non molto distante dalla città di Windhoek.

-E qui- continuò il professor Landi- grazie ad un gruppetto di volontari  più esperti abbiamo avuto modo di contattare Akin recandoci presso la sua capanna, dove vive con le due mogli ed i sette figlioli e le suocere.

Akin ci ha subito prospettato la possibilità di arrivare sin qui, viaggiando su cammelli.

Infatti anche a noi è sembrato giusto partire solo in tre, visto che eravamo stati derubati di quasi tutto il carico.

Al ritorno siamo attesi in un albergo di  Windhoek-

*

Lì, in quel luogo, lontano dal frastuono di strade illuminate a festa, percorse da gente sempre angosciata da un mare di falsi bisogni in una società dove il consumismo produce dune di immondizie ed un deserto di sentimenti,dove la gente non trova il tempo di coltivare l’amicizia e di dialogare con le persone più care, il professor Landi ed il dottor Fattorusso  trascorsero un Natale profondamente gioioso come non è possibile narrare con povere parole. Si trattennero ancora un po’ di giorni dell’anno nuovo e quindi all’alba del giorno dell’epifania, rimontarono sui cammelli per fare ritorno.

La giovane Kainda col suo bimbo tra le braccia,suo padre Bandele e tanti bambini assonnati e tutti i missionari e don Gorini, li salutarono fin tanto scomparvero all’orizzonte.

Suor Caterina commossa  mormorò :- Sembrano davvero i tre re magi…-

E don Gorini: - Sì…che a volte ritornano…

*

*

 Lili

 

 

 

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mercoledì, 02 gennaio 2008

Accompagnami...

*

Accompagnami amore.

In questo tratto misterioso che mi attrae,

come sempre mi prende la vita.

Voglio che tu ci sia a darle senso.

Dammi la mano,

le insegnerò tutte le carezze

che tu forse non sai.

Camminando insieme

nelle strade dell'anima

troveremo parole sorprendenti

di sentimenti veri che non permetteranno

l'ipocrita rappresentazione d'una vita

annegata nell'oscenità delle bugie.

Accompagnami amore

in questo nuovo volo

in stormi migranti

in geroglifici azzurri

lontani da blasfemi rumori

per capire quanto tutto sia piccolo

e vano e fugace

in quest'ultimo tratto più che mai,

dove il silenzio è misura di distanza

dalle cose inutili

e piano diventa solitudine.

*

Lili

postato da: ciaolili alle ore 18:41 | Permalink | commenti
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