lunedì, 31 dicembre 2007

Anno che va...

*

L' inverno per un poco s'è distratto

e da un invisibile poro

della sua fitta pelle di gelo

ha lasciato che di straforo

filtrasse uno strappo di cielo

e un calmo dondolar di fronde,

nè s'è accorto, sbadato,

che folte camelie e rose profumate

approfittando ladre, insieme son fiorite.

Nell'archivio della Storia che l'attende

sistemeremo quest'anno che va via

con un pianeta a oriente così bello

da sembrare una novella stella con la scìa.

*

Lili

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sabato, 29 dicembre 2007

Un pensiero un omaggio un rimpianto

*

*

 Non ti abbiamo mai visto prima, da dove vieni? Sei nuovo?-Chiesero le moltitudini angeliche, dalle sembianze evanescenti ma splendidamente fluttuanti  nello spazio siderale.

Infatti, -rispose l’uomo dal volto sorridente e pacioso- prima ero altrove…giungo da lontano

-da dove da dove?-chiesero insistentemente degli spiriti bambini

-dalla Terra- disse con orgoglio l’uomo indicandola là nello spazio, punto azzurro  bella come una pietra preziosa.

In quel momento più distintamente si percepì, una musica diffusa che sembrava provenire da ogni direzione, ma l’uomo non chiese spiegazioni, perché gli sembrò normale che in quello spazio infinito, vibrassero note di una musica che sembrava conoscere.  Egli, sulla Terra era vissuto nella musica, egli sulla Terra era stato la musica.

Infatti non parlò, cominciò a cantare.

“Mi se re re.. mi se re re”

La sua era una voce voluta da Dio.

Perché aveva timbro angelico, acuti celestiali.

Infatti un oceano di angeli gli si strinse intorno, perché in quella voce unica e potente, riconobbero la carezza del Padre.

Buon Natale Luciano, ovunque tu canti.

Lili

postato da: ciaolili alle ore 20:20 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 26 dicembre 2007

26 dicembre

*

*

 

Natale è anche

questo giorno che segue

fatto di silenzio

e di strade solitarie,

fatto di pensieri

che solo nel silenzio

e nella solitudine

è possibile leggere.

Natale è anche

questo giorno che segue

in cui la corsa

e la follia

sono immobili

alla fermata

del prossimo assurdo

che passa…

*

*

 

Lili 

postato da: ciaolili alle ore 22:51 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 24 dicembre 2007

Da "Un presepe di parole"- Ed. FAIDATE

Il prete ubriacone

 

L’unica chiesa che un tempo era stato il centro d’incontro e di aggregazione  del piccolo borgo medioevale, era ormai chiusa da tempo. Circa tre mesi. Ma gli abitanti quasi non ci avevano fatto caso. Tre mesi da quando don Luigi, l’anziano parroco era morto all’improvviso.

L’aveva  trovato a terra morto e indurito da almeno un giorno e mezzo, inzaccherato in  un maleodorante laghetto di vomito di vino rosso, Antonio il sacrestano, che don Luigi aveva accolto molti anni prima in canonica per dargli una mano a tirarsi fuori dalla tossicodipendenza dopo aver trascorso un periodo di recupero in una comunità .

Il piccolo borgo non aveva sentito la mancanza di don Luigi che da troppo tempo ormai, si era legato alla bottiglia. L’allontanamento dei parrocchiani era avvenuto in maniera graduale, all’inizio quasi inavvertitamente.

Il  sacerdote s’accorgeva che le sue omelie rimanevano inascoltate, suscitavano sonnolenza,  e pochi ormai s’accostavano al sacramento della comunione.

Probabilmente egli, quando si rivolgeva ai fedeli, non riusciva a trasmettere con le sue povere parole di modesto pretucolo,  entusiasmi e speranze che potessero accrescere o suscitare la fede nel Signore. Né si prodigava in iniziative valide ad attirare i ragazzi e i pochi giovani del paesino, distratti da altre curiosità  e affascinati e plagiati da ulteriori  forme di consumismo accattivante che giungevano dalle nuove tecnologie penetrate nelle case per insinuarsi pian piano negli animi fragili.

Lentamente la chiesa unica ed antica del borgo sempre più solitaria, si svuotò della presenza di Dio.

Diventò tetra e muta e scura.

Lo stesso don Luigi, non Lo aveva più dentro di sé e cercò di colmare quest’ assenza, questa disperazione, aggiungendo di tanto in tanto sulla sua parca tavola, un bicchiere di vino in più , sì che si ritrovò alcolista senza accorgersene in un lasso di tempo nemmeno tanto lungo.

*

*

Proprio nel giorno della sua morte, nel duomo del capoluogo di regione, un giovane disteso a terra con le braccia aperte e la cotta bianca merlettata, riceveva dal suo vescovo, l’ordinazione sacerdotale in grande ed umilissimo raccoglimento. Si chiamava don Gabriele e già dal giorno seguente fu inviato come vice-parroco in un quartiere della città. Ma vi rimase per poco. Dopo appena tre mesi infatti venne nominato parroco dell’ abbandonata e solitaria parrocchia del povero e non rimpianto don Luigi.

Arrivò accompagnato in macchina dai familiari, con valigia e pacchettini vari di libri ed altri oggetti a lui cari, ma sempre più o meno legati al suo servizio sacerdotale.

Era visibilmente in ansia.

Chissà, pensava, come sarebbe stato accolto. Chissà se paragonandolo al suo sconosciuto predecessore,  lo avrebbero giudicato all’altezza del compito. Sperava nei sorrisi degli abitanti il povero piccolo  Don Gabriele.

Ma la sua meraviglia fu grande e dolorosa, quando si accorse che ad accoglierlo non c’era nessuno.

Niente giudizi,  niente sorrisi …

Niente.

Poteva andare peggio? No.

Entrando nella vecchia e malandata canonica, si guardò intorno e tutto sembrava essere abbandonato alla malora, la polvere regnava incontrastata anche sulle numerose bottiglie di vino che sembravano primeggiare in quella cucina dove l’abbandono e la povertà erano evidenti.

Nell’orto sottostante un uomo smuoveva piccole zolle di terra intorno a sparuti mazzi d’insalata verde : era Antonio, che non s’aspettava quell’arrivo e nemmeno lo udì.

Calava la sera, e don Gabriele pensò che fosse giusto rimandare al domani  ogni progetto finalizzato a restituire alla chiesa tutte quelle  funzioni per cui avesse motivo d’esistere. Era il 22 dicembre, il Natale era vicino.

La mattina seguente, il buon pretino si armò di buona volontà ed andò a vedere cosa occorresse alla chiesa affinché fosse in grado d’essere aperta onde accogliere degnamente i fedeli per il santo Natale.

*

*

Cominciò a spazzare e lavare il pavimento, a ripulire i banchi alquanto rotti e malridotti, rientrò in canonica per lavare le vecchie tovaglie ricamate ma lise e bucate che erano diventate scurissime e le stese ad asciugare dinanzi al focolare dove egli stesso aveva acceso il fuoco, cercò il vecchio ferro da stiro…per oltre mezza giornata dimenticò di bere e di mangiare, ritornò trionfante all’altare per ricoprirlo con le tovaglie asciugate e stirate e con gli oggetti sacri utili alla celebrazione della messa, La Bibbia, i candelabri, la pisside, il turibolo…insomma fu instancabile, volle far la prova delle luci, indispensabili per la messa della mezzanotte…ma le luci non si accesero, tutto l’impianto era ormai guasto…cercò la chiave del tabernacolo per assicurarsi che ci fossero ben custodite le ostie consacrate, la trovò dinanzi alla porticina ma nell’infilarla nella serratura rimase bloccata, forse  perchè arrugginita,

si guardò intorno avvilito, è vero c’era Antonio che lo stava aiutando, ma non poteva bastare, non ce l’avrebbe fatta a rimettere a posto ogni cosa e poi…quella solitudine…nessun abitante si era accorto di lui…o forse sì ma non se ne importava…e poi quel silenzio che lo annichiliva…quasi come se Dio se ne fosse andato via per sempre.

Allora mentre calava la sera e la chiesa diventava scura, don Gabriele si sentì piccolo piccolo, impotente, avvilito, disperato…cadde in ginocchio ed un pianto silenzioso lo fece gemere in parole balbettanti di dolore…

Fuori, sul sagrato della chiesa dalle porte appena socchiuse, un gruppo di ragazzetti, si era improvvisato a prendere a pedate  una lattina vuota d’aranciata, quando dalla chiesa s’udirono provenire rumorosi singhiozzi che interruppero il gioco:

i singhiozzi del povero don Gabriele, avevano cominciato ad urtare le pareti delle navate, e rimbalzavano da un punto all’altro della chiesa come fossero echi fra le pareti rocciose delle montagne circostanti.

*

*

I ragazzi ne furono stupiti ed incuriositi entrarono e si intenerirono nel vedere quel sacerdote piangente, inginocchiato in solitudine.

Tornarono nelle loro case a raccontare l’accaduto che li aveva colpiti.

Intanto don Gabriele, piangendo e pregando, sollevò il capo che fino ad allora aveva tenuto fra le mani, e si accorse d’un fatto strano: piccoli raggi di luce trapelavano dalle fessure del tabernacolo che poco prima, invano aveva tentato d’aprire.

Vi si accostò di nuovo e, presa la chiave la infilò e stavolta la porticina s’aprì subito, mostrando il calice colmo di ostie consacrate.

A don Gabriele la cosa sembrò prodigiosa…ma ancora una sorpresa l’attendeva :

una folla di donne e uomini e ragazzi rispettosamente a passi silenziosi  entrò nella chiesa e da quel momento tutti cominciarono a collaborare in vario modo.

Giunse  la sera del Natale e la chiesa fu scintillante di luci, il paesino si raccolse intorno al nuovo sacerdote in una messa solenne, perfino l’organo suonò : la chiesa fu piena di Dio!

 Al termine don Gabriele si trattenne sul sagrato ancora commosso per tutto quanto era avvenuto, quasi prodigiosamente.

Un ragazzino gli chiese :

-Padre, faremo un bell’albero di Natale?

E don Gabriele indicando l’orizzonte lontano :

-Certo! Ma intanto guarda il Signore quanti alberi di natale ci sta regalando-

Sul crinale della collina, una fila di abeti si stagliava sullo sfondo del cielo notturno e le stelle brillavano tra i folti rami bianchi di neve.

 

Lili

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venerdì, 14 dicembre 2007

Da "Un presepe di parole" ed. FAIDATE

Cercherò...

Cercherò le mie strade,

quelle antiche

piccole strette strade

affollate di gente

che serba ancora

le voci del passato

e i canti.

*

Tornerò tra bancarelle

di madonne e bambinelli

per ritrovare il cuore

perduto fra angeli di gesso.

*

Incarterò la mia malinconia

con nastri argentati

e come un fagotto

di bimbo abbandonato

lo lascerò sul largo sagrato

d'una chiesa silenziosa

e attenderò che un organo

suoni profondità d'amore.

*

In un sogno di luci colorate

preparerò nell'anima

il Natale.

Lili

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mercoledì, 12 dicembre 2007

E' sempe natale

*

*

'E vote torna ancora

'na Maria

ca cammina e pare

ca nun trova 'a via.

*

'A può ncuntrà

'e vierno 'na matina

ca cerca nu riparo, 'na stalla

pe' se scarfà

cu 'o sciate 'e n'animale.

*

Ma nun ce sta 'na mano,

nisciuno vede 'a stella

e 'a povera maronna

avota 'e spalle

e se ne va luntano.

*

A sciucchetielle janche

e piccerille

'a neve scenne stanche

facennose nu ballo:

arravugliato dint' a quatte stracce,

se gela, nu povero nennillo

mentre 'a maronna

cantanno nonna-nonna,

dint' 'e bracce

s' 'o stregne miez' 'a gente

ca corre 'e pressa, nun sente

e nun s'addone 'e niente.

*

Lili

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mercoledì, 12 dicembre 2007

La baita

*

*

C’è un sentiero pietroso tutto in salita e poi giù nella vallata per poi risalire il fianco d’una montagna che mi si para dinanzi all’improvviso, ed io arranco col fiato grosso, non ho bastone, ma a questo punto penso che  se l’avessi mi ci appoggerei volentieri un po’.

Intanto mi fermo, c’è una grossa pietra anzi un pezzo di roccia rotolato giù dalla montagna chissà quanti anni fa, e mi sembra provvidenziale. Mi siedo.

Mi guardo intorno, c’è silenzio e un po’ più in là  si apre un bosco di querce, ulivi e castagni.

E’ un bosco intricato, ci sono rovi spinosi, ma anche ciclamini, ne sento il profumo ad ogni spirar del vento. Indugio ancora un po’ prima d’alzarmi perché mi dolgono le ginocchia ed anche la schiena.

Intanto guardo gli ulivi, hanno tronchi strani, spaccati come cuori straziati, che si aprono in rami carichi di olive scure, i castagni hanno lasciato cadere gli ultimi ricci che giacciono aperti mostrando castagne lucide e brune.

Mi decido e mi alzo per proseguire il cammino.

Il sentiero si dirama in minuscoli viottoli e mi accorgo d’ un laghetto in una piccola valle sulla cui superficie scivolano alteri, alcuni cigni bianchi , sollevo lo sguardo ed altri uccelli appollaiati su rami osservano dall’alto il loro passaggio, come se stessero in attesa d’un accadimento.

Si sta facendo buio e nuvole scure si radunano nel cielo privandolo dei colori serali.

Ho freddo, ma intanto cammino, sperando d’arrivare prima di notte.

Stupidamente non mi sono coperta bene e non ho con me un ombrello.  Avrei dovuto pensarci, prima di avventurarmi in questa via tortuosa, ed ora addirittura nevica e la neve mi gela e m’entra nell’anima e nelle ossa. Non mi conviene fermarmi, rischierei di morire in questa gelida solitudine che mi avvolge tutta.

*

*

Sento fruscii strani e mi accorgo d’un piccolo scoiattolo che ha raccolto ghiande e sta rientrando rapido nella sua tana nel cavo d’una quercia. Non c’è una sola casa in lontananza. Mi toccherà proseguire dando fondo a tutte le mie energie.

La neve sta imbiancando sentieri e viottoli, fra poco però sarò verso la cima e forse sarò arrivata. Ma lassù dopo qualche secondo scopro che m’attende il niente, solo neve, vento e solitudine.

Comincio a piangere e le lacrime si fanno ghiaccio…ma da un crinale s’alza verso il cielo un filo di fumo : oh Dio mio! Finalmente c’è qualcuno!

Nel buio della notte senza stelle non m’ero accorta della baita.

Non nevica più ora, ed il cielo è sgombro…ci sono tante stelle, ma proprio tante!

Mi dirigo verso la baita ed osservo che di fronte a me, verso la piccola valle c’è un intero villaggio addormentato. Ci arriverò domani, penso. La porta della baita è socchiusa ed entro in punta di piedi, credo d’avere un aspetto impresentabile, i miei capelli sono fradici, il mio volto segnato. C’è un vecchio dinanzi al camino acceso, sta di spalle rispetto a me, credo mi abbia sentito ma non si è voltato, sta aggiungendo un ceppo tra legnetti ardenti che scoppiettano lanciando spruzzi di scintille.

A terra ci sono stuoie e su di una , dorme distesa una giovane donna abbracciata al suo bambino. Sono stremata  dal freddo e dalla stanchezza, allora mi distendo anch’io, accanto a me c’è un cesto di castagne calde che mi sorprende piacevolmente, ne mangio qualcuna e mi addormento  mormorando:

‘Notte Gesù , ‘notte Giuseppe, ‘notte Maria

siate la gioia dell’anima mia!

*

*

Lili

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lunedì, 10 dicembre 2007

Lacrime e silenzio

postato da: ciaolili alle ore 12:20 | Permalink | commenti (3)
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giovedì, 06 dicembre 2007

Immacolata

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Figlia e madre di Dio

colma di ineffabile stupore;

fanciulla innocente in cui

s'avverò ogni disegno del Cielo;

respiro di timida viola

su terra bagnata

dalla Grazia dello Spirito;

cuore amorevole che conobbe

la gioia ed il dolore immenso;

perla preziosa che fu progetto

di Dio prima che nascesse;

Vergine pura e immacolata

che fiorì come giglio a primavera;

fronte bianca che conobbe

i pensieri celesti del Signore;

bocca rosa che pronunciò

solo parole profumate d'obbedienza;

mani gentili usate solo

per carezze di consolazione;

raggio di luna che illumina

la strada di chi cammina nel buio;

stella del mattino che illumina la via

finchè non giunga la Luce Vera.

A te s'inchinano tutti gli angeli

e i santi del Paradiso.

Benedetta tu sempre,

Madre consolatrice,

nostro rifugio.

*

Lili

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lunedì, 03 dicembre 2007

Da  " Un presepe di parole" ed. " faidate"

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Racconto di Natale

*

 Poco più di  2000 anni fa,

in quel piccolo villaggio fatto di case di sabbia e paglia e di spazi ricavati  nelle grotte delle colline che abbracciano Betlemme, al primo calar del sole, la gente già dormiva, perché si alzava allo spuntar del primo raggio di luce.

Vivevano quasi tutti di pastorizia: gli uomini si allontanavano talvolta, anche per molti giorni, seguendo i sentieri dei pascoli per le loro pecore, unica fonte di sussistenza. Le donne rimanevano al villaggio, si occupavano della prole quasi sempre numerosa ,dei genitori anziani o malati, filavano la lana e tessevano stoffe, svolgevano faccende legate alla casa, al focolare, al piccolo orto, ai fiori.

In quella lontana sera Ester, era rimasta ancora insonne, sulla soglia di casa ad osservare l’orizzonte ed il cielo dove già la luna rosa e qualche pianeta s’erano accesi solinghi. Ancora qualche ora ed il firmamento sarebbe apparso nella sua più vivida e travolgente bellezza, trapunto da miliardi di indecifrabili stelle.

Ma altri pensieri occupavano la mente della fanciulla: il suo sposo Azor, l’aveva ripudiata, da pochi giorni. Una amarezza infinita, le opprimeva l’animo. Ad appena diciannove anni, il marito l’aveva rimandata ai suoi genitori, perché in quattro anni di matrimonio non era riuscita a dargli un figlio.

Forse Azor, l’amava ancora, ma non poteva tollerare di fronte alla sua famiglia ed alla gente del suo villaggio, che la sua bella moglie fosse sterile.

Ester ripensò umiliata, al momento del suo ritorno a casa: il padre Eliud e la madre Sarah, l’avevano accolta a capo chino, seppure a braccia aperte, ed anche lei era rientrata nella vecchia casa a testa bassa, vergognosa della sua “colpa  innocente”.

*

*

Mentre era assorta in questi pensieri, si accorse che i sentieri che passavano nelle vicinanze della sua casa, erano percorsi insolitamente, da gruppi di pellegrini diretti  verso Betlemme e si ricordò d’aver sentito dire che molti si erano messi in viaggio per raggiungere il paese d’origine, a causa del censimento voluto dall’imperatore romano Cesare Augusto che voleva conoscere il numero dei suoi sudditi.

Oltrepassò l’uscio di casa e si diresse verso una grossa pietra verde-muschio che fungeva da sedile. Sedette e s’immerse nuovamente nei suoi malinconici pensieri,  quando sentì un sommesso vociare e vide che sulla pietrosa stradina accanto alla sua casa, arrancava un asinello montato da una giovane donna in evidente stato di gravidanza, dal volto sofferente e pallidissimo. L’uomo a piedi, s’era fermato con le braccia alte, pronto a sorreggerla : l’aiutava a discendere e le parlava con dolcezza, chiamandola per nome : Maria.

Il primo pensiero di Ester fu di benevola invidia : Beata lei-pensò- così giovane e già in procinto d’esser madre!

Ma poi si accorse subito che la giovane donna era molto anzi troppo pallida, certamente stanca, forse bisognosa di riposarsi…e avvicinandosi si sorprese nel dire d’impulso:

“Siate benvenuti nella mia casa…”

Anche sua madre Sarah, svegliata da insolite voci si stava ora avvicinando ai pellegrini, recando fra le mani, una ciotola di latte di capra.

“Che il Signore vi renda mille grazie-disse dolcemente Maria, con voce fanciulla- e che la Sua gioia abiti per sempre in voi…”poi  rivolse un lungo grato sguardo ad Ester che in quel preciso istante si sentì invadere il grembo da una strana misteriosa pienezza d’amore…e tutti i suoi tristi pensieri furono scacciati da un’improvvisa profonda serenità… anche il volto di Sarah illuminato da un largo sorriso manifestava un repentino cambiamento d’umore…come se di fronte a quei due pellegrini, Maria  e il suo sposo Giuseppe, fosse impossibile essere tristi, od angosciati…

Dopo una breve sosta, i due pellegrini con il loro paziente asinello ripresero il cammino.

*

*

Trascorsero alcuni giorni, giorni monotoni, fatti di gesti ripetuti ed uguali, Ester si occupava dei suoi fratelli minori, la madre  d’altre faccende domestiche. Una sera però, proprio quando avevano terminato di cuocere il  pane sulle pietre ardenti che fungevano da piccolo focolare all’aperto, per la mattina seguente,  la loro attenzione venne distratta dal passaggio di tre cammelli montati da  cavalieri che sembravano un po’ disorientati. Infatti li videro discendere dalla sella e guardarsi intorno come chi cerca la direzione giusta.

Le loro vesti ed i mantelli di seta ricamati con fili d’ oro, rilucevano nelle prime ombre della sera, anche i loro turbanti erano sontuosi, dai colori brillanti ed attraversati obliquamente da preziose coroncine di piccolissime perle rosate, la loro presenza era stata notata anche da altre persone delle case poco lontane, che s’erano anche loro fermate incuriosite a seguirne i movimenti. 

Qualcuno disse :

“Forse sono re di lontani paesi d’oriente…”

Qualcuno aggiunse:

“Forse hanno smarrito la strada, dove saranno diretti?”

Ad un tratto si vide che uno dei tre re, alzando gli occhi al cielo che s’era ormai imbrunito, sollevava un braccio,per indicare col dito una stella gigante, mai vista prima, ferma allo zenit che per un mirabile prodigio cominciò a muoversi nel cielo  lasciando dietro di sé, una luminosa scìa di polvere d’oro…

Tutti videro che i tre re di lontani sconosciuti paesi d’oriente, si affrettarono a rimontare sui loro cammelli,che sembrarono bianchi sotto i raggi della luna.

*

*

Tutti, ed anche la giovane Ester e sua madre Sarah, senza proferir altre inutili parole, cominciarono a seguire come rapiti da un campo d’attrazione magnetica, quella stella, che nel suo codice silenzioso, aveva comandato loro : “Seguitemi!”

Non fu un lungo cammino, e se lungo fu, nessuno se ne accorse, nessuno si stancò.

Giunsero presso una grotta d’una collina brulla, dove bivaccavano spesso i pastori, che, avvertiti per primi da voci angeliche, avevano lasciate incustodite le pecore ed i fuochi accesi, per avvicinarsi  alla grotta, ma ora essi si accostavano ai lati della soglia, per lasciar entrare tre re, che avevano doni per quel Bimbo, che gli Angeli avevano chiamato “Salvatore” di tutte le genti.

Si prostrarono i tre re, ed Ester sentì il desiderio d’avvicinarsi, e riconobbe in quella giovane madre, ed in quell’ amorevole padre, i due pellegrini che avevano riposato per un po’ presso la sua casa, qualche giorno prima.

Guardò lo splendido Bambino e poi sua Madre e Questa ricambiò lo sguardo.

La grotta era piena d’amore, un amore diffuso nell’aria che si respirava ed entrava nell’anima togliendo dal cuore ogni paura, ogni timore della vita…tutto era gioia e fiducia e speranza…Ester per la prima volta, avvertì il suo bambino muoversi nel grembo mentre con gli occhi coglieva un sorriso della giovane Vergine Madre…

sussultò nel sentirsi toccata, si volse :era Azor, il suo sposo che la prendeva dolcemente pel braccio, sussurrandole:

“ Torniamo a casa Ester, ti amo, non posso vivere senza di te!”

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 Lili

 

 

 

 

 

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