
Stellario Cipriani I
Lo scroscio della doccia non impedì al dottor Cipriani, di udire lo squillo del telefono.
“Acc…proprio ora che sono coperto di schiuma da capo a piedi…beh…vorrà dire che chi mi vuole, tornerà a chiamare…” ma intanto cominciò a liberarsi dalla schiuma, dirigendo il getto d’acqua velocemente, su ogni parte del corpo.
Infilò l’accappatoio e…il telefono tornò a squillare.
“Sì, pronto? Ah ciao mamma, grazie, sì grazie.
Sto bene, sta’ tranquilla…sto bene mamma, davvero…sì, fra poco esco…sì, da solo e con chi se no? Grazie ancora , ringrazia anche papà…ciao ciao cia…”
Nel chiudere la comunicazione pensò amareggiato, che il padre ed i fratelli non si erano poi scomodati più di tanto nell’incaricare la madre dei loro “affettuosi auguri” !
Quel giorno, il dottor Stellario Cipriani, compiva quarantasette anni.
Era un professionista stimato,si era laureato a venticinque anni, in economia e commercio, ma non per sua scelta, in verità egli non si era mai sentito interessato a quella facoltà voluta invece da suo padre.
Avrebbe preferito un indirizzo artistico, perchè da ragazzino rivelava una notevole attitudine al disegno e sognava di diventare un grande pittore, ma i suoi genitori, lo convinsero che quegli studi non gli avrebbero dato lavoro.
Da bambino aveva anche studiato musica privatamente e tuttora continuava a coltivar ne l’interesse tanto da saper brillantemente eseguire al pianoforte, tutti i più bei brani di musica classica.
La sua fanciullezza ed adolescenza, furono però segnate da preoccupanti e ripetuti episodi depressivi, per cui dovette ricorrere a lunghe terapie da un noto neuropsichiatria.
Da qualche anno ormai, viveva da solo in quella cittadina di provincia, poco distante da Como dove risiedeva da sempre la sua famiglia.
II
Era il minore di tre fratelli, con cui purtroppo, aveva inspiegabilmente, rapporti freddi e formali. Anzi poteva certamente affermare che l’unica persona che continuava a dimostrarsi attenta ed affettuosa nei suoi riguardi, era la mamma, poiché perfino il padre, sembrava evitarlo e non curarsi di lui. Ma forse era solo una sua sensazione d’eterno ipocondriaco: spesso covava pensieri malinconici da cui non riusciva mai a liberarsi.
La sua famiglia era da sempre benestante e quando espresse il desiderio di andarsene via da casa e dalla sua città, per vivere da solo, i genitori subito, gli acquistarono un elegante appartamento con vista sul lago, in una zona residenziale, d’una ridente e vicina cittadina.
A Como la sua famiglia, gestiva l’azienda tessile ereditata dai nonni paterni , che da oltre un secolo produceva sete e damaschi molto raffinati e richiesti persino nei paesi medio- orientali, inoltre nelle loro proprietà terriere, s’occupavano anche dell’allevamento dei bachi da seta, nonché della coltura dei gelsi.
Tutti i suoi familiari erano quindi occupati in vario modo e misura, a portare avanti l’azienda e Stellario stesso se ne occupava per tutto quanto fosse inerente alle sue specifiche competenze di esperto in economia.
Il suo vasto appartamento comprendeva una zona studio, dove passava lavorando la maggior parte della giornata e quotidianamente all’ora del tramonto scendeva nel salone dove un magnifico pianoforte a mezza coda lo attendeva e lì, trascorreva solingo le serate, suonando i più bei pezzi di Chopin, Schubert, Beethoven…
Conduceva una vita quasi da eremita: non incontrava nessuno, non usciva per andare a cinema o al teatro, né a passeggio…sebbene quei luoghi fossero stupendi fra montagne e vista sul lago: durante l’inverno cime bianche ed acque increspate dal vento, in primavera profumi di resine di abeti e bianche vele gonfie d’aria luminosa,
sulle acque misteriose del lago…
III
Ogni mattina, veniva la tata Cecilia che lo aveva visto nascere e che lo amava con la tenerezza d’una nonna, s’occupava della casa, facendo eseguire i lavori di pulizia da due donne richieste saltuariamente ad un’ agenzia, lei si occupava solo della cucina e talvolta rimaneva oltre il suo orario, per scambiare qualche parola col suo “Stellino”, (così spesso usava chiamare Stellario).
Fu proprio la tata Cecilia, che conoscendo l’interesse per l’ arte del “suo” Stellino, due sere prima, nell’andar via gli aveva lasciato un depliant del museo locale, che annunciava d’ospitare una mostra di quadri provenienti da musei e chiese d’altre città non solo italiane ma anche europee, e da collezioni private di importanti famiglie nazionali e straniere.
Ecco quindi, il motivo eccezionale, che spinse il dottor Stellario Cipriani a decidere d’uscire quella sera ancora piuttosto fredda di mercoledì 7 marzo 2007.
Si era informato sull’orario, il museo chiudeva alle diciannove, quindi, non amando d’essere a lungo fuori casa si accinse ad uscire un po’ sul tardi. Un’ora di visita, gli sarebbe bastata : conosceva già il museo che aveva visitato qualche anno prima, in tre giorni di scrupolosa osservazione dei capolavori esposti, stimò pertanto che approssimativamente gli sarebbe bastata una buona ora di visita per l’imperdibile occasione di poter vedere da vicino, opere di importanti artisti di lontane città.
Il museo distava una ventina di chilometri e vi giunse in pochissimi minuti, perché il lungolago, di sera era poco trafficato ma soprattutto perché il nostro Stellario, aveva la passione di premere l’acceleratore talvolta in modo quasi folle.
Giunse al vicino parcheggio accompagnato dallo stridìo d’una frenata plateale a cui peraltro nessuno fece caso, essendo il luogo pressoché deserto.
Prima di entrare nell’ingresso del museo, si concesse l’insolito piacere di gustare al bar un buon caffé “scecherato” quindi uscendo all’aperto, si accese una merit e cominciò ad aspirarne golosamente il fumo, guardando le acque scure del lago…
Lentamente s’avvicinò all’entrata e dopo qualche istante in cui sembrò indugiare pensieroso, entrò.
Le sale del museo erano quasi vuote, ed il silenzio sembrò gravare più pesantemente della solitudine, cominciò a seguire il percorso indicato dalle frecce…alle sale ampie e sapientemente illuminate, s’alternavano salette meno imponenti ma tutte offrivano alla vista del visitatore, capolavori di pittori internazionali dal ‘700 fino ai grandi innovatori dell’arte contemporanea.
IV
C’erano, tra quelle opere, i nomi più significativi della pittura e della scultura, e Stellario ne fu profondamente affascinato.
Quando credette d’aver terminato il percorso, si accorse d’un ultima saletta e, controllando l’orologio, s’avvide che era l’ora in cui aveva previsto di tornare, ma per un’ultima solitaria saletta…decise di soprassedere ed entrò.
Pochi passi e…rimase inchiodato, paralizzato, preda d’un’ emozione tale da suscitargli un malessere strano ed inspiegabile : di fronte a lui, un unico quadro a grandezza d’uomo, illuminato dall’alto da un faretto che proiettava sulla tela una luce tanto suggestiva da rendere ancora più emozionante la visione : un ritratto di fanciulla dal delicato incarnato lunare, dai capelli scuri raccolti morbidamente dietro la nuca, i lineamenti sensuali e perfetti in un volto dominato da uno sguardo intenso.
La fanciulla, al centro della tela, in piedi,labbra socchiuse, sembrava in procinto di sussurrar parole d’amore…
L’abito lungo ma generosamente scollato su di un seno appena accennato, avvolgeva di leggerissima seta con motivi fantasia bianchi su fondo bianco- madreperla, un corpo morbido di curve dolci, le cui braccia s’univano verso il grembo, tenendo chiuso un ampio foulard a piccoli fiori,che scendeva coprendo le spalle, ancora bianco su bianco-madreperla.
Gli occhi di Stellario erano lì, fissi a guardare quando avvenne un fatto inspiegabile ma vero : lo sguardo della fanciulla dipinta era talmente reale e pareva giungere su di un’onda di strana energia che lo ammaliava e che gli trasmetteva in un codice nuovo e sconosciuto, un messaggio d’amore intenso, sconvolgente, paralizzante da cui non era possibile staccarsi…ma che poteva stranamente tradurre in due parole:
“ ti aspettavo”…
Indietreggiò l’uomo…ammaliato ma soprattutto spaventato da una suggestione tanto intensa…
E tenendo lo sguardo fisso nello sguardo della fanciulla : “No-disse-no…non è possibile”…ed andò via con la mente in confusione, quasi correndo verso l’uscita.
Di nuovo la corsa folle per la strada solitaria ed ormai buia.
Quella notte fu completamente insonne.
V
All’ alba era già in piedi, passeggiò inquieto nella sua confortevole camera da letto, poi come ogni mattina si accinse alle cure della propria persona quindi si chiuse nello studio e si sprofondò volutamente più del solito, nel lavoro.
Giunse la tata Cecilia che nel portargli il caffé si avvide del suo nervosismo e ne rimase preoccupata. Quel giorno sentì il bisogno di prolungare il suo orario di lavoro per essere disponibile verso Stellino, che fortunatamente, nel pomeriggio decise in anticipo rispetto agli altri giorni, di andare nel salone e di sedersi al piano.
Era veramente un piacere ascoltarlo.
Cecilia si tolse dalle spalle il bianco foulard di seta e lo lasciò scivolare sulla poltrona, sedette sul divano e si mise in religioso ascolto della splendida sonata “Al chiaro di luna” di Beethoven.
Seguirono altri brani magistralmente suonati, talvolta anche senza lo spartito, ma improvvisamente la musica si interruppe, ed il dottore chiudendo rumorosamente il piano, annunciò di andarsene a letto senza cenare.
Cecilia non osò distoglierlo, ed andò via anche lei, un po’ inquieta.
Trascorsero due giorni in cui il pensiero di Stellario tornò irrimediabilmente alla fanciulla del quadro. Allora decise di tornare perché la malinconia lo stava consumando…il desiderio di rivederla gli sembrò insopprimibile.
Il giorno 10 maggio del 2007 , alle ore 18,00 il dottore si mise in macchina e in pochi minuti, andando a centocinquanta km all’ora, giunse al parcheggio vicino all’edificio del museo fermandosi bruscamente e si diresse quasi correndo, all’ingresso per pagare il biglietto della visita. Seguì subito il percorso che lo portò senza indugi nella saletta della “sua” fanciulla.
VI
Vi entrò religiosamente, in preda ad un’ansia indescrivibile.
La strana magia si ripeté : rimase incantato a guardarla, gli sembrò ancora più bella,
lo sguardo parve stabilire una corrente di silenziosa comunicazione, ed un’energia lo investì come un’onda d’amore così avvolgente da sentirne lo spessore …la bella bocca socchiusa sembrò ancora trasmettergli un codice nuovo che non aveva linguaggio ma che sentiva di poter tradurre in due parole : “sei tornato…”
Avvicinandosi commosso, Stellario alzò un braccio tendendo la mano ed allora si verificò l’impossibile : la fanciulla tese il suo braccio e la sua mano e con un piccolo passo di bianca colomba lasciò la tela e gli fu dinanzi…egli sentì il fruscio della sua gonna, sentì l’odore del suo incarnato lunare, e gli sembrò la cosa più splendida che potesse capitargli, il dono più insperato che potesse ricevere…
Si incamminarono l’una accanto all’altro, parlandosi in una misteriosa comunicazione di gesti e di sguardi che solo loro potevano intendere, e Stellario, da sempre misantropo ed asociale scoprì di desiderare che tante persone lo vedessero accompagnato ad una così splendida bellezza…
Le fece strada nella sua casa, conducendola nel salone e si sedettero vicini nel divano e subito una voglia di parlare di confidare il dolore che da sempre lo accompagnava nella vita lo spinse a raccontare…:
-Nessuno mai mi ha amato, nessuna donna mi ha desiderato… ho vissuto finora, nel rifiuto di tutti…perfino i miei familiari non mi hanno dimostrato affetto, la mia anima è una voragine, un abisso, è tutto il vuoto di quell’amore che mi è mancato…ed ora tu…-
Non finì di parlare, perché lei aveva cominciato a baciarlo con piccoli baci d’una sensualità estenuante…
Allora egli si interruppe e cominciò a ricambiare…e furono baci e carezze e fremiti
…con mani tremanti la liberò dalle sue morbide sete e fecero l’amore l’una nelle braccia dell’altro, sguardo nello sguardo, reciprocamente desiderosi di donarsi all’altro, abbandonati sull’accogliente divano, per indimenticabili ore…
Scorrevano nella mente di Stellino, le note del “Sogno d’amore” di Listz.. gli sembrò che mani invisibili e complici corressero sul piano a liberare altissime note per farli volare …
VII
L’alba del nuovo giorno trovò Stellario addormentato quietamente sul divano…
il suo volto era disteso e sereno.
Un raggio di luce filtrò attraverso le tende del balcone, si rifletté nella grande specchiera che sovrastava l’antica consolle e quindi colpendolo sugli occhi, lo costrinse a svegliarsi…
Si guardò intorno quietamente conciliato con tutto il mondo e “ la” cercò girando gli occhi per la stanza…
Accanto al divano, la poltrona su cui l’innamorata aveva lasciato mollemente appoggiato, il gran foulard di seta bianco-perla…dunque c’era…s’alzò per cercarla e s’accorse solo allora che non ne conosceva neanche il nome…un’ansia s’impadronì, girò tutte le stanze della sua grande casa e la chiamò…:
“Bella! Dove sei Bella!?”
Il suo richiamo fu veramente straziante…eppure il suo foulard di seta a piccoli fiori bianchi su fondo bianco-perla era lì a testimoniare che non aveva sognato…
Ma quando dopo aver girato per tutta la casa, s’accorse che non c’era, si piegò su se stesso e pianse:
“Dimmi che non è stato un sogno” ripeteva …
Sarebbe corso al museo, se non fosse stato certo di trovarlo ancora chiuso…possibile che avesse “costruito” un sogno tanto simile alla realtà?
Decise di non lavorare e se ne andò nel salone ad aspettare e pensare…
Aveva in mente di correre al museo, senza chiedersi, se avesse senso tutto quello che stava vivendo…eppure continuava ad avere speranze assurde ed a guardare ripetutamente l’orario…
VIII
Sentì la voce familiare di Cecilia, che infatti entrò salutandolo con un sorriso ed
aggiungendo : “Oh! Ecco qui il mio bel foulard, temevo d’averlo perduto…invece l’ho soltanto dimenticato ieri, qui sulla poltrona…prima di andar via…”
Povera Cecilia! Lei non poté capire perché a queste sue parole il dottor Stellario saltò dal divano… lo vide correre con gli occhi di un folle, ed allontanarsi in macchina sgommando…
Giunse al museo ed entrò trafelato, scoprendo che la mostra non c’era più, arrivò alla saletta dove vide appoggiato a terra un’alta cornice priva di tela…chiese allora notizie ad un usciere, del quadro della bella fanciulla dall’abito bianco, ma gli venne risposto che lì, in quella saletta non c’era mai stato un quadro simile…
Uscì dall’edificio, come un automa, risalì in macchina e premette l’acceleratore con tutta la rabbia ed il dolore che aveva nel cuore…
Corse tanto che in quella mattina splendida di primavera ed odorosa di acacie in fiore, gli sembrò di poter ancora volare, e provò un triste godimento nel lanciarsi in curva a grande velocità…tanto che perse il controllo su di un sottilissimo strato di ghiaccio, che lo fece schizzare nelle acque del lago che sembrarono ingoiarlo come la bocca d’una fiera famelica in attesa…
Erano trascorsi due mesi dalla tragica fine del dottor Stellario Cipriani
La casa era rimasta chiusa da quell’infausto giorno.
La tata Cecilia, ricevette l’incarico dai signori Cipriani di ritornare nella casa per svuotarla da tutto quanto era appartenuto al defunto. Per tale incarico telefonò alla solita agenzia per farsi inviare due donne, trattandosi d’un lavoro lungo e faticoso.
Impiegarono due giorni per portarlo a termine.
Quando le due donne furono pagate, in procinto di andare via, rivolsero incuriosite, ma anche un po’ imbarazzate, una sola domanda :
“ Negli armadi, c’erano abiti da uomo completi di giacca e gilet…ma…erano tutti…
piccolissimi…signora Cecilia…chi…li indossava?”
E la tata, ricordandolo con sincero dolore :
“ Il dottor Stellario Cipriani,-disse- era affetto da nanismo…ma aveva un’anima alta…capace di sollevarsi ad altezze di spiritualità non comuni…egli ha tanto sofferto nella sua vita, aveva tanto amore da dare ma nessuno gliene diede mai…
Da solo seppe costruirsi un sogno…”
Napoli 11 maggio 2007 venerdì
Liliana Batà